Novembre uguale libri (E calcio)

 

“Ma Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore Non è mica da questi particolari Che si giudica un giocatore Un giocatore lo vedi dal coraggio Dall’altruismo e dalla fantasia.”

Cantava De Gregori ne la Leva Calcistica del ’68. E un giocatore si giudica anche dal talento, dall’umanità, dall’ironia, dalla leggerezza con cui sai essere un campione senza bisogno di ostentare, di stra-fare, di mettersi per forza al centro, perché al centro ci finisce comunque. E da un rigore, non sbagliato per nulla, che ha fatto fare un salto al cuore a tutti, il famoso “cucchiaio” nel 2000.

Francesco Totti è questo, un campione, che fin da giovanissimo scopre di avere un talento naturale nel giocare a pallone, per strada, con gli amici di sempre. E proprio Francesco Totti, il capitano della Roma, quello per il quale davanti alla tv milioni di italiani hanno avuto gli occhi lucidi durante l’ultima partita prima del “ritiro” (un ritiro senza mai ritirarsi in fondo, perché dalle passioni non si sfugge) ha scritto un libro,Un capitano. L’ha scritto insieme a Paolo Condó, per Rizzoli, ed è andato a ruba. Un mese fa’ sono entrata trionfante in libreria a Milano, pensando ecco ora il viaggio sarà più bello, e la commessa mi ha guardata come dire “Scherzi? E’ finito!” ma l’abbiamo ordinato e arriva domani. Francesco Totti é anche uno scrittore che finisce in classifica. Un capitano di una squadra di calcio – La Roma – ovviamente, un marito, un padre, un figlio che ricorda la madre, la famiglia, la paura del buio, gli allenamenti asciugando i capelli in macchina, e la timidezza. In questo libro ci sono anche i tormentoni sportivi (Cassano, Spalletti), e la vita privata, il gossip, una moglie e tre figli che hanno sempre saputo mantenere il profilo giusto, forse senza troppo pensarci, fino a togliersi qualche necessario sassolino dalle scarpe, come giorni fa’ durante un noto programma tv. E’ la biografia ma è anche un racconto, una storia, un mondo di aneddoti e situazioni, insegnamenti e fasi, ricordi e spunti.

Scrivere di sport non è semplice, raccontare la vita di un campione senza farla diventare un mito, un’idea impossibile e artificiale, ma facendone vedere le ombre, le parti buffe, gli ostacoli. In questo Francesco Totti e Paolo Condó sono stati bravissimi. Se con “Open” di Agassi, il racconto era quasi esageratamente drammatico, dietro alle vittorie e i riflettori, un padre aggressivo che aveva portato il giovane André a sentirsi prigioniero del tennis, ad odiarlo e amarlo per sempre. Nel libro “Un capitano”, prende tutto la dimensione della vita reale, anche del casino e delle cose storte, o in quelle che sembrano incredibili come un detenuto che resta una settimana in più in prigione perché sapeva sarebbe andato “Totti” a fare una visita. La vita di un campione che entra nelle vite di tutti, a cui tutti urlano “Francesco” come fosse di famiglia, un amico, un riferimento. Ma che è anche Francesco da solo, nella sua vita privata e in quella famigliare. Un equilibrio che sembra surfare con leggerezza e ironia. E anche oggi, in questo nuovo ruolo calcistico senza giocare, ma sempre restando “Il Capitano”, riesce a strappare sorrisi e a far sognare ragazzini e ragazzine alle prese con lo sport, e non solo. E forse è qui la magia delle passioni, delle cose che ti smuovono anche se non sono per forza necessarie, sono un gioco, 11 giocatori che rincorrono una palla in fondo,  ma sono anche molto di più, diventano metafora e svago. Accendono qualcosa, sanno far piangere ed esultare, dimenticando tutto il resto, essere misurati e perfetti. Davanti ad una partita tutti perdono qualcosa del loro controllo, dell’ironia, della calma, e si ritrovano a trattenere il respiro davanti ad un rigore, anche chi finge che non gli interessa, poi si ritrova a tifare.

Il libro nasce da una domanda: “Che cosa devi fare per essere degno di un amore così folle, così assoluto, così esagerato?” E Francesco decide di rispondere raccontandosi, compreso l’amore al primo sguardo con Ilary, la paternità, il legame strettissimo con le origini, con la sua città, fino al senso di vuoto e paura prima del ritiro, i segni sul corpo e il tempo. Un uomo normale, umile, divertente, capace di essere un campione restando se stesso, e cercando sempre di dare indietro  quanto (di grande) ricevuto, senza badarci troppo, e scherzandoci su’.

Sono molto determinato a incidere anche in questa nuova carriera, ma quella vecchia non sarà mai dimenticata, anche perché è in larga parte registrata, e mi basta il telecomando per organizzare un bel viaggio nel tempo. Però devo portare Cristian da un bravo oculista: l’altra sera mi ha beccato sul divano mentre riguardavo una vecchia compilation di gol, ai tempi del primo Zeman, e mi ha chiesto se stessi piangendo. Che idea. Una banale allergia. Ero raffreddato. E poi mi era appena finito un moscerino nell’occhio.